Tavola rotonda:

"Internet Governance": pubblici poteri e partecipazione della "Local Internet Community"

 

organizzata da:

Società Internet

Sezione italiana di Internet Society (ISOC)

con la partecipazione del CNR

22 maggio 2002

CNR Piazzale Aldo Moro, 7 – Roma

Intervento di Andrea Mazzucchi

 

In Italia, come molti di voi certamente sapranno, nella gestione del ccTLD ".it" si è fatta una scelta alla radice, ovverosia quella di separare la funzione regolamentare da quella che è l’attività del registro e in questo senso si è dato vita una struttura, la Naming Authority, che si è occupata della stesura e del mantenimento delle regole di naming che il registro e i mantainer adottano.

Il mio intervento sarà principalmente orientato su riflessioni riguardanti questa caratteristica dell’Internet governance italiano, anche riallacciandomi a quello che ha detto Vittorio sulla riforma che è in preparazione; essendo stato invitato alle ultime riunioni del famoso "Tavolo dei Domini" ho avuto modo, peraltro, di entrare a contatto direttamente con quelle che sono le idee alla base di ristrutturazione di questo ambito.

Senza dilungarmi eccessivamente vorrei oggi porre alcuni temi sul tavolo per riflettere insieme, con la consapevolezza che siamo vicini ad un punto di svolta non solo dal punto di vista del governo della rete ma anche dal punto di vista del mercato che è correlato alla rete; e proprio con una considerazione sul mercato vorrei chiudere il mio intervento, facendo delle piccole riflessioni nella veste di piccolo provider che però è molto "anziano", forse il più anziano attualmente sul mercato, poiché Nexus, la società che amministro, gestisce un servizio Internet dal ‘92 e prima ancora faceva parte di quella sorta di magma che è stato descritto poco fa da Joy [Marino] e che ha portato passo passo allo sviluppo di quello di cui oggi ci occupiamo.

 

Veniamo dunque ai temi: il tema delle regole, che è un tema complicato.

Io credo che sul tema delle regole si debba fare una distinzione che non è finemente linguistica ma è profondamente sostanziale tra quelle che sono le norme tecniche, che sono cioè questioni legate al funzionamento pratico della rete, al fatto che i pacchetti vadano al posto giusto, che la posta arrivi dove deve arrivare e che i DNS funzionino a dovere e tra quelle che sono scelte di policy.

Io uso la parola policy per non dire scelte politiche ma è innegabile che le scelte di policy sono scelte politiche e pertanto appare sempre più evidente quanto il discorso si intersechi con la vita politica in senso più ampio. Ben diceva chi mi ha preceduto quando affermava che bisogna fare un discorso politico molto meno verticalizzato, più in orizzontale su questo settore. Indubbiamente quello che è accaduto sino ad oggi è stato un discorso in cui questi mondi si confondevano e tutto sommato si confondevano in maniera virtuosa perché le dimensioni sia del fenomeno che del mercato non giustificavano una trattazione differente, oggi forse non è più vero.

Ci sono delle questioni che sono molto più stringenti dal punto di vista politico, una fra tutti le proprietà del registro: che cos’è un registro? E’ un bene pubblico, è un archivio di pertinenza del CNR? E’ un qualche cosa di proprietà di un privato? La distinzione di queste diverse possibili definizioni non è del tutto accademica perché modifica radicalmente la natura di tutti i rapporti sottostanti alla registrazione di un nome a dominio ".it" e possono cambiare il modo in cui i vari operatori agiscono sul mercato e nella comunità della rete.

Probabilmente la questione della riformulazione del registro e del policy board, per non usare i termini "RA" e "NA" che a molti stanno stretti, parte dall’individuazione di quelli che sono i requisiti, le necessità, di uno sviluppo virtuoso, al di là di quella che è la mera attività tecnica del registro, perché solo così sarà possibile introdurre in modo sensato i meccanismi di rappresentatività, definendone chiaramente anche gli ambiti di competenza ed evitando così di incappare in problemi che si possono sintetizzare nella battuta che dice: il cammello è un cavallo disegnato da una commissione.

 

Naturalmente se per sapere quanti DNS ci vogliono per un avere un buon servizio MX non è necessaria un assise democratica che rispecchi a pieno la rappresentatività della nazione quanto piuttosto una commissione di tecnici che abbiano la piena consapevolezza di quello che stanno facendo, diversa è la questione, ad esempio, che potrebbe sorgere nel prendere decisioni riguardo lo spam. Lo spam è una questione sulle quali il comitato esecutivo che dirigo sta cercando di elaborare anche di concerto con altre iniziative, ci sono qui persone che le stanno seguendo, si sta cercando di intervenire, oggi, sempre su questo tenue confine che è tra la norma tecnica e la policy.

E’ una zona grigia per motivi facilmente intuibili, perché sicuramente lo spam è da un lato un problema strettamente legato a quello della policy sulla rete ma dall’altro, nel momento in cui diventa talmente invasino da impedire un funzionamento corretto del network, diventa anche un problema tecnico e quindi il lavoro, difficile, dell’individuazione dei requisiti, delle necessità, di uno arminico della comunità con cui gli operatori devono andare ad interagire è certamente necessario quando si cerca una riformulazione dell’impianto attuale, costituito da registro e policy board. Questo è quello che in vario modo e su vari fronti si sta cercando di fare, secondo alcuni bene, secondo altri forse male: è un dibattito aperto.

Perché dico questo? Perché a guardare le cose da un altro punto di vista oggi il sistema del registro e del policy board è un sistema perfettamente funzionante, come diceva Joy [Marino] prima quando diceva: se io registro un milione di nomi a dominio qualche cosa devo essere riuscito a mettere in piedi.

Dirò di più: chi registra domini sa che ormai i tempi di registrazione sono rapidissimi, le contestazioni sono assolutamente trascurabili rispetto al numero dei domini registrati e ancora più interessante è il fatto che non mi risulta ci sia stato, a nessun titolo, mai alcuna formale contestazione dell’impianto normativo attuale, nè all’interno delle strutture nè all’esterno, neppure da parte di persone che si sono trovate soccombenti in giudizio.

Indubbiamente la gestione del naming è una patata bollente e tutti coloro che suggeriscono ristrutturazioni o ripensamento dell’attuale sistema si rendono conto che questa "patata" può essere una cosa molto difficile da maneggiare.

Paradossalmente questa efficienza del sistema attuale è un elemento che origina un certo rallentamento del dibattito sulla riorganizzazione del naming italiano. A me personalmente un eccessivo rallentamento non piace perché rischia di mettere l’utenza o la comunità, in senso più esteso, a dover prendere decisioni rapide di fronte a una eventuale emergenza di domani quando oggi si ha il tempo e il modo per discutere tranquillamente.

Tuttavia ci sono delle esigenze evolutive del mercato che chiedono altro, che pongono problemi anche tecnici, ma sostanzialmente politici e forse l’indirizzamento di questi problemi è oggi verso l’interlocutore sbagliato. Mi spiego meglio, e qui comincio a mettermi il cappello di operatore: i nomi a dominio sono a mio avviso un business che produce pochissimo valore aggiunto, produce un mercato basato su attività "mordi e fuggi" e probabilmente la crisi che si sta assaporando all’interno del settore ISP è dovuta al fatto che non si è prodotta alcuna cultura imprenditoriale attorno a Internet in questi 15 anni. Nulla che vada al di là della presunta "corsa all’oro" che è iniziata all’inizio degli anni 90 e che è esplosa nel fenomeno della new economy, dove comunque l’idea di fondo era: il fatto stesso che io mi stia occupando di Internet è di per se fonte di ricchezza, di profitto.

Il settore contrae e io credo che sia un segnale interessante il fatto che il trend di registrazioni dei nomi a dominio nell’ultimo periodo tende ad appiattirsi o addirittura a diminuire. RIPE quest’anno ha aumentato la quota associativa di quasi il 100% perché stanno diminuendo anche gli Autonomous System, contrariamente a quello che si credeva fino a pochissimo tempo fa e che quindi ha contribuito, tra l’altro al forte impulso, giustissimo, su IPv6 ecc.,

Ma la verità è che si stanno liberando numeri IP perché stanno diminuendo le risorse presenti sulla rete. Questo è un elemento di carattere globale che dovrebbe far riflettere sul modello di business che è stato sino ad adesso applicato, e io credo che il compito di strutture come la Società Internet sia anche quello di stimolare la maturità di mercato che vada al di là del business facile, dove si registra "frullatori.it" per poi cercare di rivenderlo a qualcuno che ha la fabbrica di frullatori, pensando di guadagnarci un sacco di soldi.

Credo che il ruolo attuale di Naming Authority, sia quello di continuare a garantire una buona policy e un buon impianto normativo, fintantochè non ci sarà qualche cosa che sostituirà questa struttura nell’interesse esclusivo della comunità, perché se questo avviene nell’interesse della comunità indirettamente si stimolano gli operatori a lavorare sul valore aggiunto e non sull’accaparramento, perché è vero, come diceva Vigevano, che ci sono stati dei casi di accaparramento, ma sono stati dei casi che però sono stati assolutamente marginali e in un periodo di transizione che ben sapevamo, perché eravamo tutti lì pronti con i guantoni del portiere quando abbiamo sboccato la possibilità di registrare più di un nome a dominio per ciscun soggetto. E i fatti ci hanno dato ragione. Questo perché alla vigilia di quella importante fase di transizione, forse andando al di là di quello che era il discorso strettamente tecnico normativo, era stato previsto un meccanismo di "riassegnazione amministrativa", di risoluzione delle dispute interno, che di fatto ha stroncato la possibilità di speculazioni sui nomi e di fatto ha completamente eliminato il fenomeno: il confronto con gli altri registri parla chiaro, il problema del cybersquatting in Italia semplicemente non esiste ed è un fatto che bisogna avere sempre ben presente. Due parole sulla conquista di posizioni di forza all’interno del mercato. Joy [Marino] che non è certamente un operatore piccolo e non lo è mai stato se non in tempi assolutamente pionieristici, ha detto una cosa molto bella: non è possibile pensare a delle strutture che ingigantendosi a dismisura, fagocitando a dismisura tutto ciò che trovano attorno, producano un circolo virtuoso. Questo non è vero in nessun modello economico quindi è ancora di più è importante che ci sia una struttura normativa indipendente che eviti problemi derivanti da posizioni rispondenti non tanto ad un esigenza di comunità quanto piuttosto ad un esigenza di marketing massiccio da parte di grandi strutture.

Ovviamente il ruolo del registro è scontato: è quello di continuare, nell’interesse della comunità, a mantenere un registro efficiente così come l’ha fatto sino ad oggi e naturalmente il ruolo del Governo è quello di creare le condizioni per cui le strutture di governance di Internet che fino ad ora hanno operato possano continuare a farlo. Sono le garanzie normative che, come Bertola osservava, sicuramente nella discussione del Tavolo dei Domini saranno da rivedere, però certamente c’è un elemento sostanziale: il fatto che arriva alle strutture che fino ad oggi hanno gestito il ccTLD ".it" un riconoscimento da parte del Governo.

Lasciando ora da parte questi spunti, che poi affido alla riflessione di ciascuno di voi, volevo tornare rapidamente sul discorso iniziale per quanto riguarda il mercato e quindi, di nuovo con il cappello di operatore molto anziano, io dico questo: non voglio entrare ora nel merito dei problemi di concorrenza di mercato che Frontera ha accennato, e che sono assolutamente importanti nella nostra nazione, però osservo che la banda larga, così come viene venduta oggi, è un oggetto che non propone un valore aggiunto rispetto alla connessione Internet. E’ vero quello che diceva Vitaminic: la banda larga è una cosa che esiste nel pensiero. Si può ragionare in termini di "sempre connessi", e questo è vero, ma probabilmente di banda larga ancora non si può parlare in senso serio, soprattutto non si può parlare in senso serio in senso di business, perché la situazione attuale è molto semplice: Fastweb, per continuare a parlare del caso più plateale, non vende banda larga ma connessioni telefoniche, il motivo per cui l’utenza residenziale trova convenienza acquistare Fastweb è che riesce ad avere una connessione ad Internet qual si voglia e la telefonia su rete fissa gratuita. Questo avviene in un ambito generale in cui la killer application continua a rimanere la posta elettronica.

E’ allora evidente che in questo settore gli spazi per creare un mercato che cresce in maniera sana sono ancora tutti da inventare e vorrei sottolineare che le colpe di questo ritardo sono molto debolmente legate al l’incubent o al monopolista, che semmai rappresenta un problema nello sviluppo di un iniziativa sana, ma il problema è il mancato concepimento di questa iniziativa da parte degli operatori, grandi o piccoli che siano. Ce ne sono alcune, abbiamo visto i casi di e-bay e Vitaminic: sono situazioni in cui il contenuto è effettivamente una merce che può essere acquisita.

Il problema però è ancora piuttosto grezzo a mio avviso perché ci scontriamo su questioni del tutto marginali. Faccio ad esempio un discorso sulla pirateria che è il più banale, la pirateria non nasce con Internet. La pirateria esisteva prima, Internet viene utilizzato dalla pirateria nello stesso modo in cui si usano le strade i telefoni, i locali pubblici e quant’altro, anzi a Internet va il merito di aver evidenziato l’obsolescenza, semmai, del un modello economico il cui la diffusione dei contenuti si è basata sino a questo momento. Ne avevamo avuto le prime avvisaglie con le fotocopie: chi non ricorda il problema delle fotocopie dei libri? Ma scomparso un problema che ora, guarda caso non si pone più, come quello delle musicassette ne nasce immediatamente un altro, quello dei CD, o degli MP3 sulla rete, e si tenta di arginare il fenomeno in modo primitivo, legato a inutili disincentivi sul prezzo di acquisto del materiale vergine, o cercando di contenere lo sviluppo del software con iniziative legislative di dubbia efficacia, mentre forse oggi sarebbe il caso di trovare un altro modo di tutelare il giusto diritto degli autori, in maniera più moderna e più completa e meno penalizzante per lo sviluppo dei nuovi mezzi tecnici di diffusione.

Il nostro compito nell’immediato futuro è anche quello di produrre idee e proposte su temi come questi.

 

 

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