Tavola rotonda:

"Internet Governance": pubblici poteri e partecipazione della "Local Internet Community"

organizzata da:

Società Internet

Sezione italiana di Internet Society (ISOC)

con la partecipazione del CNR

22 maggio 2002

CNR Piazzale Aldo Moro, 7 – Roma

Intervento Frontera G.Battista, vicepresidente di Assoprovider

 

Il mio intervento vorrà essere, sperando di riuscirvi in brevità e nel contempo, toccare i punti salienti, dello "stato dell’arte" in quell’area eterogenea, ma strettamente interconnessa, che va da internet, attraversa le telecomunicazioni, telematica ed informatica, toccando argomenti apparentemente non connessi, ma che si comprenderà alla fine, basilari per la comprensione dello "status-quo". Mi scuso sin d’ora per eventuali omissioni, lacune e semplificazioni.

Facciamo qualche passo indietro e torniamo ai primi anni 90, quando in Italia, i primi "visionari", cominciavano a mettere a disposizione accessi ad internet in qualche città.

L’allora monopolista, Telecom Italia, era ben lungi dal capire l’inizio della "rivoluzione copernicana" che sarebbe stata internet.

Nel 1995 con il legge 103/95 e relativo regolamento attuativo DPR 420/95 , e nel 1997 con la legge 249/97 e relativo regolamento attuativo DPR 318/97, recependo ed attuando direttive e raccomandazioni europee, parte l’attacco al monopolio delle telecomunicazioni. Da questo momento chiunque voglia può fare la sua compagnia telefonica, perché la legge glielo consente, anzi lo tutela, e a tal ragione è prevista la creazione dell’AGCOM, Autorità per la garanzia delle telecomunicazioni, con funzioni regolamentari ed di controllo.

Le neo compagnie telefoniche, ricevono quota parte di quanto pagato dall’utente a Telecom Italia, comunque e sempre proprietaria, sia direttamente che indirettamente, di più del 95% delle strutture di rete di telecomunicazioni, e di fatto unico operatore sul quale si possa far transitare il proprio traffico telefonico diretto ai propri archi di numerazione.

La stessa equazione viene applicata alle chiamate internet, con la quota parte del perecepito a copertura sia dei costi di struttura sia di banda internet, con dei margini veramente interessanti per gli operatori. Nasce quindi il free-internet.

In questo periodo si inizia a parlare di "numeri-blu" che dovrebbero consentire all’utente internet di avere tariffe preferenziali per collegarsi ad internet.

Che fine hanno fatto i "visionari " dei primi anni 90’?

Sono cresciuti in numero (si dice che siano diventati circa 2.500/3.000) ed in strutture, coprono singolarmente anche più distretti telefonici (diversi prefissi telefonici), qualcuno è anche riuscito a coprire quasi tutt’Italia, con i propri POP (Point Of Presence = punto di accesso in un particolare distretto telefonico).

La tipologia di questi va dal piccolo ISP con sei modem nel paesino siciliano, o nelle vallate della Val D’Aosta, sino alla grossa BBS lombarda convertitasi ad internet, della grande città lombarda.

Il mondo politico è molto lontano da questa realtà, e le leggi che "pilotano" la fine del monopolio "dimenticano" la tutela dell’ISP. Anzi introducono costi per essere autorizzati a vendere il servizio.

I piccoli ISP non si rendono ancora conto di essere totalmente esclusi da quelli che sono i benefici previsti da queste leggi, con la totale esclusione dalla quota parte del traffico telefonico attirato verso i numeri telefonici corrispondenti ai propri punti di accesso internet. Sono fatti salvi alcuni ricorsi giudiziari e trattative stragiudiziali, che per alcuni sana assai parzialmente questa situazione. Per la stragrande maggioranza inizia il calvario del cambiamento di attività o peggio la chiusura.

Si configura cioè una situazione di mercato, che è ben lontana da una logica di paese civile e democratico: il piccolo provider si vede preclusa la sua possibilità di "fare impresa", inibita la crescita, e, nella quasi totalità, dei casi si vede letteralmente "polverizzare" il suo parco clienti.

Il provider da pioniere e creatore del sistema per la diffusione internet, divulgatore di conoscenze informatiche e telematiche, diventa una sorta di imprenditore di serie B.

Siamo già a metà del 1999, i provider iniziano a rendersi conto quanto sta accadendo. Nasce Assoprovider.

Oggi 2003, è cambiato qualcosa?

Telecom Italia è stata privatizzata ed ha cambiato di mano per ben due volte.

All’atto della privatizzazione, i legislatore ha "dimenticato" di separare da Telecom Italia, la rete di telecomunicazioni, vero bene di garanzia per la concorrenza nelle TLC.

La Corte dei Conti, nel luglio 2001, da atto di questa situazione, nel suo rendiconto annuale.

L’Alta Magistratura dello Stato, ricorda inoltre che non può esserci una vera concorrenza nelle telecomunicazioni se non vi è accesso paritario da parte di tutti gli altri operatori alle risorse strutturali della rete di Telecomunicazioni, e che questo non può avvenire se questa rimane all’interno dell’operatore dominante.

Che fine hanno fatto i "visionari", oggi?

Sono rimasti in circa 600, e non per selezione "naturale.

Affiancano ai servizi di connessione ad internet, fattore comunque strategico e di fidelizzazione, servizi a valore aggiunto. Creazione di Market-places, progettazione e realizzazione di reti, sicurezza, consulenza, formazione , etc.

E’ stato istituito il Registro Operatori delle Comunicazioni, presso l’Authority delle Comunicazioni, in cui anche i provider sono iscritti e che prevede il pagamento di una percentuale sul fatturato annuo dei servizi internet. Non su utili, ma su fatturato. Una sorta di bollo.

E’ stata approvata la legge 62/2001, sull’editoria telematica, che limita il provider da "speaker corner" quale era prima, per Enti locali, Associazioni, etc. Tutto ciò a vantaggio degli interessi dei potentati giornalistico-editoriale-televisivo , con relativo stanziamento di fondi.

Viene la legge 59/2002, dell’aprile 2002, denominata "salva-provider", con l’intento tardivo da parte del legislatore di colmare il "gap" insormontabile tra compagnia telefonica ed ISP, ma essa permette la concorrenza solo su numerazioni 702 e costringe gli ISP ad abbandonare le numerazioni geografiche.

Da quest’anno c’è anche la legge 69/2003, che prevede un’imposta su tutti i Cd/rom vergini, che va a rimpinguare le casse di potentati trasversali tra associazioni che tutelano il diritto d’autore, discografici e grandi software-house. Questo significa che se si salva un qualcosa di proprio in formato digitale su cd, per lavoro e no, si paga un balzello.

Qualche giorno un eminente Consulente della Presidenza del Consiglio ( e di cui non ricordo il nome), in un intervista al Corriere della Sera, diceva che sicuramente su internet bisognerà individuare una forma di tassazione su software/pagine-web/quant’altro e tutto ciò a tutela delle software-house ma soprattutto dei giovani sviluppatori di software, che non è tutelato ed anzi non vede i frutti del proprio lavoro. Nelle righe successive dell’articolo si scopre che l’Eminente è anche Commissario straordinario della Siae.

Egregio Signore, mi dispiace dirLe che Lei non conosce come si è sviluppata internet ed i software che sono grossa parte di questa: la rete ha fatto balzi in avanti grazie allo sforzo volontaristico e consapevole di milioni di persone in tutto il mondo. Se vuole saperne di più si informi su un tizio che si chiama Linus Torwald e sul termine "open-source". Per le (per meglio dire la) major non basta la 69/2003?

 

La legge 70/2003, prevede la responsabilità del provider qualora su i propri server in formato web, vengano commessi dei reati. Si è riusciti a "raddrizzarla" in parte, prima della approvazione finale, da una responsabilità "a prescindere" ("in vigilandum" direbbe un mio amico Avvocato), ad una responsabilità condizionata all’essere a conoscenza di ciò che avviene sui propri server. Non è banale, e nemmeno gratuito, mettere sotto controllo anche centinaia di migliaia di pagine web edite da propri clienti, da parte del provider. Si aspetta la creazione di una giurisprudenza, sperando che questa non faccia chiudere i provider da una parte e renda i reati, di fatto imperseguibili. (ci sono ancora Stati esteri che non operano alcun controllo su internet e non consentono "rogatorie")

La "ciliegina" quest’anno, sono stati "gli incentivi all’acquisto di connessioni a banda larga" (xdsl, etc.) nella legge finanziaria 2003. Iniziativa meritoria, peccato che la maggior parte di questi sono andati proprio all’operatore dominante. No comment!

Lascio le valutazioni a Voi, su questa assoluto accanimento "bi-partisan" su internet e su gli operatori che veramente operano sul "digital-divide", sia tecnico che concettuale, (le leggi citate attraversano diverse legislature) e chiudo con due citazioni:

La prima del Prof. Sabino Cassese, nel suo "La disciplina delle Comunicazioni", (Bonelli-Cassese, La disciplina delle telecomunicazioni, Giuffré Editore) afferma:

"In che senso la liberalizzazione delle telecomunicazioni è una liberalizzazione? Innanzitutto, liberalizzazione, nel senso etimologico, vuol dire libertà da vincoli disposti da norme. Da questo punto di vista, prima della liberalizzazione c'erano gli articoli del codice postale dal 183 al 418. Oggi ci sono più di una decina di direttive comunitarie, tutti gli atti di recepimento delle direttive comunitarie, le leggi 650 del 1996 e 189 del 1997, la legge 249 del 1997 e il relativo deecreto attuativo n. 318, alcuni decreti legge e innumerevoli decreti ministeriali e delibere dell'authority delle comunicazioni ... naturalmente oltre alle norme residue del codice postale."

La seconda è la frase tratta da un famoso film di un famoso regista: "………continuiamo così……. facciamoci del male"

 

 

 

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