Il Ruolo dell'Italia nella governance della rete:  un percorso da continuare

Beatrice Magnolfi

“Il nostro lavoro, il mio lavoro sui temi della Rete comincia con il Giugno/Luglio del 2006, quanto si insedia presso il ministro Nicolais il Comitato Consultivo per la governance di Internet, presieduto da Stefano Rodotà, che  chiama a raccolta alcuni dei nomi che hanno  rappresentato le migliori esperienze in Italia sui temi della rete. Voglio insistere su questo aspetto perché ci sono persone in Italia che su questi temi sono riconosciute a livello internazionale e che non hanno mai avuto un riconoscimento da parte del loro paese, o comunque non sono state mai chiamate a dare una mano.  Che il governo abbia nominato questo Comitato, a cui per altro i membri hanno aderito in forma del tutta volontaria e gratuita mi sembra una buona cosa, da parte loro in  primo luogo e poi anche da parte del governo. Quali erano gli obiettivi che abbiamo dato a questo gruppo, al Comitato Consultivo. In primo luogo preparare la presenza italiana al primo Igf di Atene, quindi arrivare ad Atene con un lavoro alle spalle, che avesse saputo coinvolgere anche il mondo della rete italiano, 20 milioni di utenti Internet, imprese, associazioni di consumatori, insomma, i portatori di interesse a vario tipo. In secondo luogo affiancare il Ministro nell'individuare soluzioni non estemporanee, aggiornate, credibili non velleitarie, per le politiche pubbliche in materia di Internet, nuove tecnologie, tutto quello che riguarda le nuove problematiche aperte dalla rete. Se devo dare un giudizio, considerato che siamo qui a guardare avanti, a guardare al futuro, io penso che sul primo punto abbiamo fatto molta strada, probabilmente anche al di là delle nostre aspettative, sul secondo punto c'è ancora molta strada da fare, e probabilmente che il Comitato Consultivo sia stato incardinato presso un Ministero e non presso la Presidenza del Consiglio ha dato una visione parziale delle politiche pubbliche, insomma appare un po’ paradossale che noi stiamo ad invocare una governance globale di Internet e poi non riusciamo a darci una governance nazionale sulle politiche della rete. Purtroppo le soluzioni che si trovano risentono di questa frammentazione, quindi questo vuole essere anche un augurio al nuovo governo che trovi su questi punti,  anche a partire dall'esperienza svolta fin qui, una sintesi maggiore di quella fatta sinora.

Noi abbiamo messo su un tavolo tutti i rappresentanti degli altri ministeri, ma poi alla fine, ognuno ha cercato di dare risposte per proprio conto, in qualche caso non corrette, ai problemi che via via si presentavano nei singoli ambiti. Bisogna anche considerare un problema di carattere generale: il Ministro Brunetta, del quale anch'io riconosco la onestà intellettuale ha detto, “studio e poi saprò meglio interagire”. In generale siamo di fronte a quella, che oggi per usare una frase di moda, potremmo definire una straordinaria inesperienza della politica nei confronti della rete: non si riesce quasi mai a fare quel salto utile a comprendere le dinamiche profonde che stanno dietro la diffusione della rete, e quindi l'onda di cambiamento epocale che immette nelle nostre vite, la pervasività, il così detto salto di paradigma che come abbiamo più volte constatato cambia la sostanza delle cose. Si prospetta come una nuova matrice culturale all'interno della quale già si muovono un miliardo di persone, anche se non bisogna mai dimenticarsi dei 5 miliardi che stanno fuori. Io ricordo sempre la frase di Negroponte, che era in “Essere Digitali”, una delle prime pubblicazioni sulla rete, in cui l’autore affermava che l'informatica non riguarda solo i computer ma è un modo di essere, e quindi dovrebbe investire sempre di più anche chi presiede le politiche pubbliche.

Il primo passo che abbiamo compiuto nella scorsa legislatura si tenne il 16 di ottobre del 2006, giorno in cui il governo promosse il primo forum della rete in Italia. In quella sede proponemmo un workshop ad Atene sulla Carta dei Diritti, in aggiunta ai temi del IGF che sono stati definiti da Kofi Annan, (openness, access, diversity, security). Ad Atene poi abbiamo trovato grande attenzione, forse anche insperata, rispetto questa  nostra provocazione, durante un workshop proprio sui temi della Carta dei Diritti della Rete, introdotto da Stefano Rodotà; forse il più affollato, il più seguito di tutto il programma di Atene. Questa forte adesione ci diede anche lo slancio per continuare, io in quella sede ho preso un impegno a nome del governo italiano: quello di continuare in questo percorso, con un appuntamento in Italia. Questo appuntamento è tenuto poi a Campidoglio il 27 settembre del 2007, a cui hanno partecipato - è stato già detto - 70 delegazioni, rappresentanti di governo, associazioni, attori economici di altrettanti paesi: un passo avanti decisivo, io lo considero, verso il percorso dell'Internet Bill of Rights. A Rio, al secondo Igf, al quale io purtroppo non sono potuta andare  perché impegnata inutilmente a sostenere il governo, sono stata sostituita dal Sottosegretario Vimercati: un altro passo avanti importantissimo, la presenza di 1500 rappresentanti di governo e tanti altri esponenti della Società Civile e del settore privato.

A Rio la nostra proposta, che pure all'inizio era considerata con freddezza da tutti i nostri interlocutori a cominciare dalle Nazioni Unite, ha fatto molta strada: nella relazione finale dell'IGF, infatti, la proposta dell’Internet Bill of Rights, è stata fatta propria dal responsabile coordinatore  dell'IGF delle Nazioni Unite. Che cosa è successo a sintesi a Rio, a mio parere: sono state sconfitte alcune obiezioni di fondo, la prima che non servono regole, che la rete per sua natura è anarchica, che qualunque tipo di regolamentazione rischia di imbrigliarla di diminuire la libertà, la spontaneità, insomma la vocazione con cui la rete stessa è nata. Ora i fatti hanno dimostrato e dimostrano tutti i giorni che l'assenza di regole non vuol dire maggiore libertà,  ma vuol dire spesso sopraffazione, vuol dire che i più forti hanno strumenti per sopraffare i più deboli, siano essi governi, siano esse le grandi multinazionali del software, e questo avviene e avviene ogni giorno; il diritto d'accesso, ad esempio, viene ancora negato in molti paesi, perché la rete è vista come un vero nemico, come un nemico importantissimo da fronteggiare perché è un grande alleato degli oppressi.

Chi ha seguito le vicende recenti della Birmania riconoscerà l'importanza di vedere quelle immagini rarissime che prima non sarebbero neppure arrivate, ma altrettanto rapida è stata la repressione feroce della giunta militare, che ha chiuso gli unici due provider del paese.Lì è facile, sono solo due, si imbrigliano e sono sottoposti a tutta una serie di filtri governativi quindi si può bloccare il flusso delle informazioni. In tutto il mondo parecchie decine di persone sono in carcere per avere utilizzato la rete in maniera sgradita alle autorità: 50 solo in Cina, se non sono aumentati; durante il Congresso del partito comunista cinese sono stati chiusi 18 mila siti Internet, secondo Reporter senza Frontiere, che ha redatto l'ultimo rapporto sulla libertà di informazione, anche la Malesia la Thailandia, il Vietnam, l'Iran la Corea del Nord, temono Internet e si difendono con regole, quelle si, nella assenza di regole stabilite a livello globale, dalla libertà d'informazione, dalla libertà di espressione. C’è di bello come è stato scritto qualche tempo fa su Herald Tribune che anche un blog chiuso è un blog potente: ecco questa mi è sembrata una bella frase che dà speranza, perché sulla rete alla fine anche il silenzio parla, può essere un grido e un messaggio di libertà. I regimi lo hanno capito, lo hanno capito molto bene, le grandi democrazie un po’ meno,è questo un motivo fondamentale per cui servono regole. Dopo Rio si è capita un'altra cosa, che voglio ricordare, è stato tra gli altri un tema presente nel nostro Dialogue Forum del 27 ottobre a Roma: non è sufficiente l'affermazione dei diritti umani, così come è stata codificata nei secoli scorsi. C'è chi si domanda a che serva una costituzione di Internet quando ci sono già le costituzioni, quando ci sono già le convenzioni internazionali sui diritti umani. Noi - in primo luogo Stefano Rodotà - rispondiamo sostenendo che c’è stata una grande discontinuità, e  questa discontinuità  apre scenari inediti, e quindi reca con sé l'esigenza di codificare una nuova generazione di diritti che non nega minimamente non si contrappone non è incoerente rispetto i diritti fondamentali ma li declina nella modernità. In relazione alla cittadinanza digitale, poi questo è il diritto di fondo in tutti i suoi aspetti, svaniscono i confini, anche della giurisdizione: un raduno di pedofili su Internet, è un reato? Se lo è dove si persegue con quali strumenti?

Non c'è più differenza fra originale e copia di un bene immateriale, la grande fotocopiatrice non consuma le opere dell'ingegno, ma ne moltiplica il valore riproducendolo all'infinito, tutto ciò scardina, se si vuole o no, le regole dei diritti di proprietà intellettuale così come ad oggi vengono codificati. È cambiato il mondo del lavoro sono nate nuove professionalità, ad esempio i provider, è giusto che siano i providers a controllare i contenuti? Come si evita la diffamazione in rete? Chi garantisce la privacy sui blog? Sono tutti problemi inediti e giganteschi che ogni giorno dobbiamo fronteggiare. La rete a proposito di lavoro rende possibile il telelavoro che ancora poco sfruttato, quando penso al telelavoro alla pubblica amministrazione, immagino un sistema che scardina profondamente le cose: vuol dire che non è più la presenza fisica in ufficio, diciamo con buona pace dei fannulloni, il cardine del rapporto con il datore del lavoro, ma semmai il risultato.

Il lavoro mediante la rete ha inaugurato anche nuovi metodi cooperativi che sono il fondamento dell'economia della condivisione, basti pensare alle licenze Creative Commons, dove il guadagno di uno non è necessariamente la perdita di un altro. Ci sono da queste licenze nuove opportunità per la pubblica amministrazione, che ogni anno spende moltissimo per le licenze proprietarie. Il Ministro Nicolais ha reinsediato la Commissione Open Source, che era presieduta dal Prof. Meo; questa commissione ha concluso la prima fase di lavoro con un primo rapporto, in cui si rilevano le enormi differenze di costi fra sistemi open e sistemi proprietari, e si afferma che i primi non richiedono nemmeno sforzi formativi particolari perché sono facili da usare, o almeno non più difficili di una nuova interfaccia proprietaria. L’accessibilità per i disabili è un altro tema su cui in questi due anni abbiamo fatto un po’ di strada, ma ancora molto c’è da fare; ci sono poi i problemi legati alla sicurezza, ad incominciare da quella per i minori; poi la privacy; il dibattito sulla dichiarazione dei redditi on line, ha creato nuovi problemi, nuove domande, nuovi interrogativi a cui è interessante la risposta che ha dato il Garante, ma forse è da approfondire, così come è da approfondire la questione del diritto all'oblio: è giusto che chi oggi fa il ministro sia perseguitato dai video su Yahoo? (lo lascio così come punto interrogativo di attualità). Dietro la dichiarazione dei redditi online fra l'altro c'è un’altra questione di cui mi auguro che il Min. Brunetta voglia in qualche modo prendere atto, comunque approfondire. Che cosa si intende nell'era della rete per dato pubblico e come si definisce l'accesso ai dati pubblici nell'era della rete, ora che il quadro di riferimento non è più quello della legge 241 del '73 (che ammetteva che si andasse al Comune per avere la dichiarazione dei redditi per poi magari sbatterle in cronaca locale alla mercé di chiunque: quando vai dall'edicolante non ti devi registrare, compri il giornale e basta, te lo puoi anche conservare on line se vuoi per tutta la durata che desideri). E quindi come si bilancia, secondo il principio di proporzionalità, il bisogno enorme di trasparenza nella pubblica amministrazione, con il diritto alla privacy? E poi si possono, ecco mi piace che il Ministro abbia toccato questo tema, rivedere i siti pubblici, un patrimonio enorme, 1200 siti solo della pubblica amministrazione centrale in modo che siano meno vetrina, ma facciano fare un salto in avanti verso la trasparenza, quindi rendano disponibili ai cittadini tutte le informazioni, anche i nomi, gli incarichi, le retribuzioni? Si può far contare il giudizio degli utenti nella valutazione dei dipendenti pubblici, e secondo quali regole abbiamo bisogno di essere consapevoli dei rischi ad esso connessi, il voyeurismo,  l'invidia sociale? Infine la politica, tutta la sfera della politica, quanto cambierà la politica, il nuovo modello partecipativo della rete del web 2.0, questa voglia dei cittadini di prendere la parola, di dire la loro di intervenire  e di essere protagonisti, e questo cambierà la politica in meglio o in peggio? Proprio Rodotà ha parlato della democrazia delle emozioni, in qualche modo adombrando questo rischio di deriva  populista che c'è dietro il nuovo rapporto, assolutamente inedito, fra la rete e la politica. Il processo dell'Internet Bill of Rights può essere un’occasione straordinaria, anche per il nostro paese per approfondire questioni nuove di enorme portata, che tutti i paesi si trovano a fronteggiare. Non si devono perseguire iniziative estemporanee di rango solo nazionale, che rischiano di essere inefficaci senza un quadro di riferimento globale. Io credo che il riconoscimento del rilievo dell'Internet Bill of Rights è stato un grande risultato per il nostro paese e oggi l'Italia non è più da sola, ma è insieme a Brasile, Argentina, che vuole essere con noi, Francia, che è molto attenta a questi temi. L'Unione Europea ci ha chiesto di dotarci di un forum sulla governance di Internet nazionale, ciascun paese deve fare un passo avanti in questa direzione, l'Italia una volta tanto si è trovata in prima fila e non l'ultima. Ho ascoltato pochi giorni fa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che celebrava il 60esimo compleanno della nostra Costituzione; ha detto molte cose importanti con la sobrietà che lo contraddistingue, assolutamente lontano da qualunque retorica. Una cosa mi ha colpito da una persona non giovanissima certamente non cresciuta nell'era della rete: ha detto che i diritti sanciti nella prima parte della nostra costituzione sono sempre assolutamente attuali e ancora da realizzare profondamente in qualche caso nella nostra vita civile e politica, ma vanno fatti vivere, vanno fatti vivere sopratutta alla luce delle grandi trasformazioni delle nuove tecnologie e dei nuovi scenari. Il Presidente Napolitano evidentemente è attento a quanto accade nella Società dell'Informazione, quindi io mi auguro che si vada avanti, mi auguro di potervi rivedere presto in Sardegna e magari poi in India, con un protagonismo dell'Italia  ancora maggiore se è possibile, rispetto a quanto noi indegnamente abbiamo cercato di costruire.

 

Assise Pubblica '08

Trascrizioni:

Sessione introduttiva:

Laura Abba

Francesco Beltrame

Relazioni:

Laura Abba

Beatrice Magnolfi

Stefano Trumpy